Gli ambienti umidi della Sardegna sono un elemento paesaggistico dell’isola non tanto conosciuto ma non per questo meno caratterizzante, infatti lagune e stagni costieri hanno uno elevatissimo valore naturalistico e sono tra i più estesi d’Europa.

La loro origine è legata prevalentemente alla particolare storia geologica dell’isola. La gran parte degli ambienti umidi sono localizzati nel golfo di Oristano, nel golfo di Palmas e nel golfo di Cagliari, zone coincidenti con ampie depressioni originate dalle modificazioni e movimenti della crosta terrestre. Lungo tutte le coste dell’isola sono distribuite zone umide di minore estensione, la cui genesi è dovuta all’espansione di corsi d’acqua a seguito della occlusione della foce per l’accumulo di detriti.

Stagno di Calich foto©Marco Secchi

L’esercizio della pesca all’interno delle lagune, insieme alla raccolta e alla caccia, sono state per il popolo sardo le più antiche pratiche di sussistenza. Numerosi sono i ritrovamenti nelle capanne dei villaggi sorti in prossimità dello stagno di Cagliari e delle lagune del Sulcis e dell’Oristanese dove sono state rinvenute vertebre di pesci e gusci di molluschi acquatici, residui dei pasti degli antichi abitanti dell’isola che risalgono al neolitico antico, circa 6.000 anni a.C..

Testimonianze simili si hanno anche nel nord della Sardegna, dove, per citare due esempi, nei dintorni di luoghi come l’Altare di Monte d’Accoddi e la Necropoli di Anghelo Ruju sono stati scoperti i resti di veri e propri banchetti a base di molluschi bivalvi e di gioielli realizzati levigando e forando i gusci.

 

Uomini a bordo de "su fassoni"

Lo sfruttamento delle risorse lagunari si protrae e si affina nel periodo nuragico (XVIII-V sec. a.C.) fenicio e romano (X sec. a.C. – IV sec. d.C.). Risulta che nel periodo romano gli “arsellari”, operanti nelle lagune di Cagliari e Oristano, commercializzassero il loro prodotto in tutta l’isola: molti sono, infatti, i resti di molluschi ritrovati in centri abitati dell’interno, distanti dai luoghi di pesca anche decine di chilometri. A questo periodo risalgono, inoltre, importanti testimonianze artistiche: nell’ipogeo della chiesa di San Salvatore, a Cabras, sono raffigurate scene di pesca con tipiche imbarcazioni di laguna ed è stato inoltre riconosciuto lo schizzo di un “fassoni”, imbarcazione di giunchi utilizzata dai pescatori degli stagni dell’Oristanese sino a tempi recenti.

Disegno raffigurante strumenti per la pesca di età romana, rinvenuti a Olbia.

Durante il periodo del Medioevo a seguito delle numerose incursioni di popoli colonizzatori, quali saraceni e spagnoli, i Sardi iniziano a cambiare le abitudini sviluppando un marcato rifiuto nei confronti del mare e delle coste in generale, prediligendo sempre più i territori dell’interno e potenziando un’economia basata su agricoltura e pastorizia.
L’attività di pesca quindi si concentra su stagni e lagune che continuano a garantire per secoli produzioni abbondanti e rinomate. L’importanza economica delle acque interne durante il Medioevo e l’Età Giudicale, ha indotto varie forme di appropriazione e di gestione da parte di regnanti e di ordini religiosi, come testimoniano i registri patrimoniali, laici o ecclesiastici, tenuti per documentarne la proprietà.
Nel periodo giudicale lo sfruttamento era sottoposto al controllo delle autorità: nel 1237, ad esempio, Pietro II, Giudice di Arborea, accorda ai monaci del monastero di Santa Maria di Bonarcado la libertà di pesca nella peschiera di Mar ‘e Pontis (Cabras) e nello specchio di mare antistante, come riporta Pasquale Tola, 1861-68, nel Codex Diplomaticus Sardiniae. In alcuni casi, come per gli stagni di Santa Giusta e di Cabras, la proprietà privata è rimasta quale esempio di sopravvivenza del feudalesimo sino a tempi recenti. Solo nel secolo scorso la Regione Sardegna, con la Legge Regionale n.39 del 2 marzo 1956, abolisce i diritti esclusivi e perpetui di pesca e ne disciplina l’esercizio nelle acque interne e lagunari. Attualmente la maggior parte degli stagni sono di proprietà della Regione Autonoma della Sardegna (R.A.S.) che li affida in concessione; lo stagno di San Teodoro è di proprietà del Comune, lo stagno di Mistras, di Pilo e di Casaraccio sono di proprietà privata.

Su fassoni” è la tradizionale imbarcazione utilizzata nelle lagune dell’Oristanese dai “palamitai”, pescatori che utilizzavano il palamito (lungo cordino sul quale sono inseriti spezzoni di filo portanti ciascuno un amo) e la fiocina. Costruita interamente con fieno lacustre, é lunga all’incirca 4 metri e larga 0,90, di forma allungata con la prua più sottile e arcuata verso l’alto. Oltre agli attrezzi di pesca può trasportare al massimo due pescatori ed è condotta con una lunga pertica o con due remi.

Questa imbarcazione era utilizzata dai pescatori di Cabras già nel seicento, come dimostrano alcune testimonianze scritte risalenti al 1616, ma le sue origini risultano essere molto più antiche, visto che compare raffigurata in alcune inscrizioni murarie di epoca romana.

Molte similitudini sono state trovate con antiche imbarcazioni egiziane e peruviane (le “balsas”). Ogni pescatore costruiva da sé l’imbarcazione nella propria casa o in riva allo stagno, dopo aver pazientemente ricercato e fatto essiccare le erbe palustri. Data la fragilità dell’imbarcazione, ogni anno di attività occorrevano 3 o 4 fassonis.

Oggi viene ancora costruita non per l’esercizio della pesca, ma come prodotto da collezione ed esposizione ed utilizzata in occasione di particolari manifestazioni folkloristiche.

I principali ambienti umidi della Sardegna

Bibliografia: Stagni e lagune produttive della Sardegna, tradizioni, sapore, ambiente, 2014.

Pin It on Pinterest