L’Epoca Prenuragica

Il Paleolitico

Per lungo tempo si è ritenuto che la preistoria della Sardegna avesse avuto inizio con l’arrivo delle prime popolazioni neolitiche. Ma negli ultimi anni del XX secolo i risultati degli studi geomorfologici, pedologici, paleontologi e archeologici attestano la presenza umana in Sardegna durante il Paleolitico Inferiore, sin dal Pleistocene medio iniziale, quindi in un tempo che va da 500.000 a 120.000 anni fa. La conferma giunge dall’interpretazione cronologica e culturale dei due complessi clactoniani in giacitura primaria (Sa Coa de sa Multa e Sa Pedrosa-Pantallinu).

Non si conoscono finora tracce del Paleolitico Medio, mentre per il Paleolitico Superiore disponiamo dei dati venuti alla luce nella Grotta Corbeddu di Oliena, nella valle di Lanaittu. Gli scavi, iniziati nel 1981, hanno portato alla scoperta di un giacimento di ossa di cervo (Megaceros Cazioti) alcune delle quali appuntite oppure lisciate hanno fatto pensare, non senza controversie, ad una produzione di strumenti in osso da parte dell’uomo. Inoltre è stata rinvenuta una falange umana di arto superiore che documenta la presenza dell’uomo nella Grotta Corbeddu a partire almeno da 20.000 anni dal presente. Sempre al Paleolitico Superiore è stata attribuita la nota “Veneretta” di Macomer, rinvenuta nel 1949 nel riparo di S’Adde, in un deposito sconvolto. La statuina, prima riferita al Neolitico, entra così nel più vasto contesto europeo delle “Venerette” paleolitiche, testimonianza, forse, di una ideologia legata ad un culto che vedeva nella terra, nella natura, e in tutte le sue manifestazioni, una madre.

Sono finora quattro i giacimenti che hanno restituito materiali riferibili al Mesolitico: la già citata Grotta Corbeddu, Sa Coa ‘e Sa Multa, Porto Leccio e la Grotta di Su Coloru a Laerru. Nel riparo di Porto Leggio a Trinità d’Agultu è stata rinvenuta un’industria su quarzo, selce e riolite, con spiccati caratteri locali, associata a resti di Prolagus, un piccolo mammifero ora estinto. Fra gli strumenti predominano i denticolati e i raschiatoi a cui si aggiungono ciottoli a scheggiatura bifacciale e grossolani grattatoi. L’età compresa fra i 9000 e gli 8000 anni dal presente indica la contemporaneità di questo aspetto con il Mesolitico continentale.

Il Neolitico

Il primo vero popolamento sistematico dell’isola è strettamente conseguente proprio all’arrivo dei primi coloni neolitici. L’apparizione rapida e massiva delle forme domesticate di animali e piante sembra configurare in forma sempre più netta questo processo di colonizzazione capillare, attuato in termini di netta discontinuità con le precedenti frequentazioni mesolitiche.

La prima fase, definita come Neolitico Antico (6000-4700 a.C.) è contraddistinta dalla diffusione dei più antichi recipienti in argilla, spesso decorati nelle superfici da impressioni ottenute con il bordo della comune conchiglia cardium edule (da cui il termine di “ceramica cardiale”).
Lo strumentario litico è ora più vario e specializzato, con oggetti di piccole dimensioni e di ottima fattura (punte di freccia, bulini, coltelli, etc.), realizzati in selce locale ma anche in ossidiana: il prezioso vetro di origine vulcanica di cui la Sardegna è particolarmente ricca, grazie ai giacimenti del Monte Arci. Le comunità del Neolitico Antico, dedite all’agricoltura e all’allevamento, risiedevano prevalentemente in grotte naturali o ripari sotto-roccia, che potevano essere anche utilizzati come luogo di sepoltura.

Nel Neolitico Medio (4700 al 4100 a.C.) si ha la fioritura della cultura di “Bonu Ighinu”, dall’omonima grotta situata nel territorio di Mara, in provincia di Sassari. Gli abitati sono ancora costituiti da grotte naturali, o insediamenti all’aperto in abitazioni di materiali deperibili. L’aspetto funerario si arricchisce ora delle prime tombe ipogeiche realizzate in Sardegna: grotticelle artificiali sotterranee con ingresso a pozzetto, finora identificate solo nella necropoli di Cuccuru Arrius a Cabras. La ceramica di questa fase si distingue per la raffinatezza e per la presenza di decorazioni spesso complesse, di significato rituale. Tralasciando la dibattuta Venere di Macomer, che parrebbe essere databile al Paleolitico Superiore o al Mesolitico, sono di questo periodo anche le prime rappresentazioni della Dea Madre: manifestazione della fertilità e della fecondità, nonché della terra stessa, idolatrata dalle antiche comunità agricole del Neolitico del Mediterraneo, che veniva scolpita in statuine di steatite, alabastro, marmo ma anche in argilla, rese in stile “volumetrico”.

Sul finire del Neolitico Medio, una fase di transizione, caratterizzata soprattutto dall’impoverimento della ceramica (ora pressoché priva di decorazioni), che prende il nome dall’insediamento di San Ciriaco di Terralba (4100-4000 a.C.), introduce nel periodo forse più florido della Preistoria della Sardegna: il Neolitico Recente (circa 4000-3300 a.C.). L’ultima fase dell’epoca neolitica è segnata dallo sviluppo della Cultura di Ozieri, diffusa in tutta l’Isola con caratteristiche pressoché simili. Pur non disdegnando l’utilizzo delle grotte naturali, gli insediamenti all’aperto si fanno ora più numerosi e spesso gli abitati raggiungono dimensioni considerevoli, soprattutto nel Campidano di Cagliari e attorno agli stagni dell’Oristanese. Le ceramiche, dalle forme varie e fantasiose e dalla esuberante decorazione, la ricca strumentazione litica, gli oggetti d’ornamento sono la testimonianza diretta del notevole sviluppo raggiunto dalle comunità preistoriche della Sardegna nel IV millennio a.C. Statuine muliebri scolpite in pietra oppure modellate in argilla, con busto, braccia e seni, attestano il perdurare dell’antico culto della Dea Madre. Menhir e figurazioni di protomi e corna bovine scolpite, incise o dipinte all’interno delle tombe, testimoniano, forse, l’insorgere di un principio vitale maschile, partner della Dea Madre.

Ma il fenomeno più rilevante e suggestivo di questo periodo, che avrà seguito ancora nel Calcolitico, è costituito dalle grotticelle funerarie che la cultura popolare ha denominato domus de janas, ovvero “case delle fate”. Diffuse in tutta l’isola, in numero di circa 3500, alcune si presentano in forme semplici o pluricellulari, oppure libere, isolate o aggregate in vaste necropoli. In esse sono talora riprodotti schemi architettonici e arredi propri delle case dei vivi (soffitti, colonne o pilastri, porte, zoccolature, cornici, focolari, stipetti, sedili, tavoli) che ci consegnano scolpiti nella viva roccia elementi di una architettura civile che non è più documentabile sul terreno perché realizzata in materiale deperibile. Inoltre, un ricco apparato di elementi magici e rituali scolpiti, incisi o dipinti sulle pareti delle tombe (protomi taurine, false porte, spirali, motivi a clessidra) a difesa del sonno del defunto, ci restituiscono vivo e palpitante un quadro di credenze e di superstizioni. All’interno di questa cultura si diffondono anche nell’isola forme di megalitismo di matrice occidentale: dal complesso di Pranu Mutteddu a Goni ai menhir e alle tombe dolmeniche che avranno poi grande fortuna nell’Età del Rame. Inoltre, a questi stessi tempi deve forse riferirsi il primo impianto dell’Altare di Monte d’Accoddi, un monumento unico nel suo genere che non trova riscontri in nessun altra zona dell’isola, dell’Europa e nell’intero bacino del Mediterraneo.

Emerge un quadro di insediamenti stabili, organizzati e con attività produttive che favoriscono la divisione del lavoro in maestranze specializzate nello scavo di complessi funerari, nell’artigianato tessile (fusaiole, pesi da telaio), e nell’incipiente metallurgia (argento e rame).
L’economia prevede ancora lo sfruttamento dell’ossidiana e della selce, un intensificarsi delle pratiche agricole e dell’allevamento integrati dalla caccia, dalla pesca e dalla raccolta di molluschi.

L’Età del Rame

Nel periodo che va dal 3200 al 2200 a.C., a causa forse dei mutamenti avvenuti in Europa e nel bacino del Mediterraneo legati alla nascente metallurgia e al frantumarsi delle grandi “civiltà” neolitiche, anche in Sardegna entra in crisi l’unità culturale che aveva caratterizzato il Neolitico Recente e si assiste ad un momento piuttosto complesso per l’insorgere di quadri culturali differenziati – Culture di Filigosa, Abealzu, Monte Claro e Campaniforme – talora in parziale sincronia e non sempre nettamente distinti.

Le Culture di Filigosa e di Abealzu sono state spesso associate ad indicare due facies di un unico aspetto culturale che in passato sembravano limitarsi alla sola produzione vascolare. Per limitarsi agli elementi distintivi di maggior rilievo, va menzionato che nei tempi di Filigosa, dalla località di Macomer ove avvenne il primo ritrovamento di materiali – avviene la ristrutturazione dell’altare a ziggurath di Monte d’Accoddi, l’introduzione nelle tombe ipogeiche di un lungo dromos e il perdurare dell’architettura funeraria dolmenica (dolmen e allèe couverte). Agli stessi tempi sono assegnati i motivi corniformi di stile rettilineo raffigurati nelle domus de janas e la maggior parte delle statue-menhir (armate e con “capovolto”) rinvenute nelle zone centrali dell’isola.

Alla Cultura di Abealzu, dalla località eponima, in territorio di Sassari, si riferiscono capanne pluricellulari con muri rettilinei (tipo la “Capanna dello Stregone” di Monte d’Accoddi) tombe dolmeniche e parte ancora delle statue-menhir. Nelle ceramiche, prive di decoro, prevalgono la forma del vaso a fiasco o a colletto, i vasi tripodi, le tazzine con doppie bugnette opposte all’ansa.

A differenza di quanto documentato nelle culture precedenti nelle quali si cogli una linea di continuità, la Cultura di Monte Claro, che prende il nome dalla collina ove sorge Villa Claro, a Cagliari, presenta caratteri distintivi molto più netti con significativi riscontri in ambiti culturali esterni, sia nella Penisola che nella Francia Meridionale. Si riconoscono almeno tre facies distinte distribuite in altrettante regioni geografiche (Sassarese, Nuorese, Oristanese, Campidano), evidenziate dalla riproduzione vascolare, dai rituali funerari, luoghi di culto, strutture abitative e di difesa. Infatti, mentre nella Sardegna meridionale sono presenti varietà di sepolture che altrove mancano, sembrano finora limitate alle regioni centro-settentrionali dell’Isola le poderose muraglie megalitiche che suggeriscono esigenze difensive sconosciute nella Cultura di Ozieri. I villaggi sono costituiti da capanne rettangolari, talora absidate, mentre i luoghi di culto presentano circoli megalitici segnati da menhir. In un momento avanzato della Cultura di Monte Claro anche la Sardegna è investita dalle correnti del Vaso Campaniforme. Di larga diffusione europea e mediterranea, caratterizzata da reperti esclusivi e dalla caratteristica ceramica ornata a fasce orizzontali sovrapposte, questa cultura perdura nel Bronzo Antico associandosi a quella di Bonnanaro alla quale sembra in qualche modo imparentata.

L’Eneolitico sardo presenta nel complesso caratteri di grande fermento e di significativi mutamenti con l’insorgere di squilibri sociali che si avvertono anche nell’impiego della forza-lavoro mobilitata per la costruzione di grandiosi centri di culto o di poderose fortificazioni. Le Muraglie megalitiche costituiscono una significativa testimonianza del frantumarsi dell’assetto socio-economico della precedente fase neolitica che riflette in qualche modo contrasti sociali, senso di insicurezza ed esigenza di difesa, presenti, negli stessi tempi, in altre aree del Mediterraneo (Corsica, Baleari, Francia, Penisola iberica). Legata a questo crescente stato di conflittualità, la presenza di statue-menhir col capovolto, un simbolo di morte a segnare ambiti funerari, ed armate di pugnale è indicativa dell’insorgere di un ceto dominante di guerrieri che con queste statue armate vogliono perpetuare il loro status anche dopo la morte in una sorta di Culto degli Antenati.

ARCHAIC SARDINIA

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