L’Arrivo di Nuovi Popoli

Il periodo sardo-fenicio

L’inserimento dell’isola di Sardegna in una rotta tra Oriente e Occidente di navi levantine costituisce a partire dall’XI secolo a.C. il primo di una lunga fase di contatti con i Phoinikes (Ciprioti, Aramei, Filistei, Cananei) che perdura fino dal tardo IX secolo a.C., periodo che vede prevalere nel controllo dei traffici i Fenici delle città del Libano. Successivamente, tra VII e VII secolo a.C., la formazione degli insediamenti fenici della Sardegna viene a configurare nuovi e dinamici poli di scambio nel quadro di traffici “internazionali” attivi tra Oriente ed estremo occidente mediterraneo-atlantico – integrato nel «circuito dello Stretto» – e di quelli tra l’Italia tirrenica e Cartagine, pur nel perdurare dell’insediamento indigeno ancora radicato sia nelle coste sia nell’interno dell’Isola.
Tra le città fenicie, Sulci, principale porto d’imbarco delle risorse metallifere dell’Iglesiente, partecipa di questo quadro di scambi, acquisendo, tra il 750 e la metà del VII secolo a.C., manufatti fenici sia di Cartagine sia del «circuito dello Stretto» andaluso-mauritano. Tra gli ultimi decenni del VII e la prima metà del VI secolo a.C., i principali centri fenici – da Sarcapos, Cuccureddus a Villasimius, Karales, Nora, Bithia, Sulci, Neapolis, Othoca, Tharros fino a Bosa – si enucleano a livello ormai chiaramente urbano.

Il periodo sardo-punico

A seguito delle guerre dei Magonidi, conclusesi intorno al 510 a.C. e dell’avvento del dominio di Cartagine in Sardegna si attua una nuova strutturazione dei commerci negli emporia delle città dell’Isola. Dopo il periodo bellico del tardo VI secolo, la riconversione di vasti territori isolani alla cerealicoltura e la ripresa della coltivazione delle miniere di piombo, ferro, rame apportano un aumento delle produzioni locali destinate alle esportazioni.

Capitale del dominio punico in Sardegna sembrerebbe Tharros che sarebbe stata ridenominata “QRTHDSHT” (“Città nuova”), ma un ruolo preminente è riconosciuto anche a Karales, Bithia, Nora, Sulci, Neapolis, Othoca, Cornus, Bosa e Olbia, fondata intorno al 350 a.C.
All’interno si segnala il nuovo centro urbano anonimo di Santu Teru a Monte Luna, Senorbì. Con il secondo trattato tra Cartagine e Roma, del 348 a.C., la Sardegna viene esclusa dall’attività commerciale romana e nell’Isola si vieta tassativamente la fondazione di città da parte di Roma. La clausola è posta in relazione con la deduzione in Sardegna, intorno al 378/377 o 386 a.C., di una colonia di 500 plebei, identificata con la Pheronìa polis tolemaica localizzata sul litorale tirrenico Nord-orientale dell’Isola, presso Posada. A corroborare l’identificazione di questa colonia romana sarebbe una statuetta in bronzo di Hercoles di fattura campana-sabellica, del principio del IV secolo a.C., rinvenuta proprio a Posada. La reazione cartaginese, sostanziata nel II trattato con Roma, non esclude comunque, l’afflusso di merci italiche in Sardegna, che, probabilmente, avviene con l’intermediazione di Cartagine.

Il periodo romano

La conquista romana della Sardinia e della Corsica (238/237 a.C.), riunite in un’unica provincia nel 227 a.C., non sconvolge gli assetti economici della Sardegna con le sue prevalenti produzioni cerealicole né i traffici con il Nord-africa, benché si profili, specie dopo la conclusione vittoriosa per Roma della II guerra punica, nel 202 a.C., una nuova stagione economica che vede affiancarsi, lungo la rotta Africa-Sardegna, ai precedenti protagonisti sardo-punici i negotiatores romani e italici. Gli emporoi romani sono direttamente chiamati in causa dalle fonti classiche di proposito della giustificazione che i Romani adducevano alla occupazione militare della Sardegna: tale occupazione infatti veniva considerata un indennizzo per i danni arrecati agli emporoi romani durante la guerra libica dei Mercenari. Le rappresaglie cartaginesi nei confronti degli emporoi romani proseguono comunque anche nei primi tempi della conquista romana della Sardegna: Zonara, infatti, per il 236 a.C., afferma che i Romani avevano animo di aprire le ostilità contro i Cartaginesi per avere recato offesa ai loro mercanti in Sardegna.

Solamente nel corso della II guerra punica, dopo la sconfitta romana a Canne ad opera di Annibale, si riaccende a Cartagine la speranza di riprendere la Sardegna. La ribellione sarda è guidata da Hampsicora e dal figlio Hostus, il cui centro di potere si trova nella regione di Cornus. Contro i Sardi ribelli Roma invia al principio dell’estate 215 un esercito guidato da Tito Manlio Torquato che si dirige risolutamente da Caralis verso L’Oristanese, dove ferve la rivolta sarda. La lunga pianura campidanese si era mantenuta fedele a Roma, poiché dal seguito della narrazione liviana apprendiamo che essa, in quanto “agro degli alleati del popolo romano” fu devastata dalle armate alleate dei Sardi e dei Cartaginesi dirette verso Caralis. Con una marcia di tre-quattro giorni l’esercito di Tito Manlio Torquato raggiunge l’Oristanese o più genericamente l’ager hostium, ossia il territorio in mano ai rivoltosi, che aveva il suo epicentro a Cornus. Qui i Sardi, guidati da Hostus patiscono una grave sconfitta presso Cornus. La guerra sarda pare terminata con la vittoria dei Romani che rinunziano ad inseguire i fuggiaschi sardi, quando Tito Manlio Torquato viene raggiunto dalla notizia che la flotta cartaginese, dalle Baleari si accosta alla Sardegna in tempo utile a ravvivare le speranze dei rivoltosi. I Cartaginesi, riunite le proprie forze a quelle sarde, tentano allora di vendicare la sconfitta di Cornus in una grande battaglia, al centro del Campidano. Ma anche questo secondo scontro è disastroso per i sardi e i Punici e si conclude con la sconfitta, la morte in battaglia di Hostus e il suicidio di Hampsicora.

Altre battaglie vengono combattute dai Romani contro i Sardi dell’interno durante il II secolo e ai primi del I secolo a.C., senza mai riuscire nell’intento di assoggettarli al dominio romano. Nel corso dell’ultimo secolo della Repubblica anche la Sardegna partecipa alle guerre civili fra Mariani e Sillani, e successivamente, fra Pompeiani e Cesariani. Nel 38 a.C. Ottaviano, erede di Cesare, si impadronisce dell’Isola. Durante i primi due secoli del periodo imperiale la provincia di Sardegna costituisce, spesso, oggetto di scambio fra l’imperatore e il Senato, così che si alternano frequentemente i proconsoli nei periodi di governo senatorio ed i prefetti e procuratori imperiali nei periodi di governo imperatorio.

Allo stanziamento prolungato di truppe legionarie in Sardegna in età repubblicana, dal momento della conquista nel 238 a.C. a gran parte del II secolo a.C. e, successivamente, nei periodi convulsi delle guerre civili del I secolo a.C., fa riscontro in età imperiale una organizzazione militare fondata essenzialmente su coorti ausiliarie, ossia su truppe di 500 o mille effettivi, arruolate presso popolazioni peregrine, prive di cittadinanza romana, segno evidente di un mutato quadro della situazione dei popoli indigeni dell’Isola che non richiede più il ferreo controllo delle legioni romane.

La Sardegna romana conosce assai precocemente una rete viaria che, sorta per esigenze militari ed economiche (fiscali), congiunge le principali città dell’Isola, attivando inoltre una diffusa circolazione di merci e culture. L’organizzazione urbana della Sardinia è documentata dalla tabella istituzionale della provincia inserita nel libro terzo della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio: «Celeberrimi in Sardegna … tra le diciotto città i cittadini di Sulci, di Valentia, di Neapolis, di Bitia, e quelli provvisti di cittadinanza romana, gli abitanti di Caralis e di Nora ed infine (i coloni) dell’unica colonia che è chiamata ad Turrem Libisonis». Le risorse della Sardinia destinate all’esportazione sono innanzitutto cereali, ma anche le carni ricordate dalle fonti e, probabilmente, i prodotti ittici salati, le salse di pesce e il corallo oltre ai prodotti estrattivi ricavati dalle cave di granito e dalle miniere principalmente di ferro e di piombo argentifero.

ARCHAIC SARDINIA

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