La Civiltà Nuragica

L’Età del Bronzo

La Civiltà Nuragica vera e propria comincia a svilupparsi negli ultimi tempi della cosiddetta “Fase di Bonnanaro”. La Cultura di Bonnanaro è conosciuta in gran parte attraverso i materiali provenienti da tombe riutilizzate: sporadici finora gli abitati, vari e non formalizzati i rituali funerari, assenti i luoghi di culto. Per quanto riguarda gli oggetti di metallo si conoscono una decina di pugnali, lesine e punteruoli, gli oggetti di ornamento invece ricordano quelli della Cultura del Vaso Campaniforme con collane formate da vaghi di conchiglia, denti di volpe, canini atrofici di cervo, zanne di cinghiali forati e brassard. In quanto all’ideologia funeraria, le genti di Bonnanaro tendono a utilizzare – proprio come i campaniformi – grotte, ripari naturali oppure le tombe ipogeiche delle precedenti culture. Il rituale appare poco standardizzato: abbiamo seppellimenti primari in giacitura contratta, oppure deposizioni secondarie con selezione dei resti ossei all’interno di un circolo di pietre con il cranio posto al centro (Tomba XVI di Su Crucifissu Mannu). Sempre a questa cultura si attribuisce il costume della trapanazione cranica in vivo, motivata da ragioni magico-religiose non disgiunte da quelle terapeutiche. La notevole abilità chirurgica raggiunta è indiziata dal fatto che gran parte dei “pazienti” sopravvissero all’operazione (tomba di Sisaia nel Dorgalese). La facies di Sant’Iroxi, dall’ipogeo eponimo a Decimoputzu, documenta la fase di passaggio al Bronzo Medio e quindi all’età dei nuraghi. In una tomba ipogeica neolitica riutilizzata dalle genti di Bonnanaro, al di sopra di uno strato con vasi tipo Corona Moltana, è venuto alla luce un livello di sepolture caratterizzato da ceramiche diverse dalle precedenti e da un corredo di 7 spade in rame arsenicale che denotano una sepoltura di alto lignaggio.

La Civiltà Nuragica nasce nella prima età del Bronzo, intorno al XVIII secolo avanti Cristo; il nome deriva dal suo monumento più caratteristico: il “nuraghe”. Non sappiamo come i nuragici chiamassero se stessi, perché, per il momento, non ci è rimasta alcuna testimonianza scritta di quel periodo. Le testimonianze di altri popoli, che parlino delle antiche genti della Sardegna, sono tutte di epoca molto tarda (soprattutto di età romana) e non ci sono di grande utilità: si tratta di notizie composte, forse sulla base di lontane leggende tramandate per generazioni, quando ormai la Civiltà Nuragica, nei suoi tratti caratteristici, non esisteva più da diversi secoli.
Sull’origine del popolo dei nuraghi, gli studiosi sembrano abbastanza concordi nel ritenere che queste genti non provenissero dall’esterno ma fossero gli stessi sardi che già avevano dato vita, nelle epoche precedenti (Neolitico ed Età del Rame), alle grandi culture della Sardegna prenuragica, e che ora, a seguito delle trasformazioni sociali ed economiche seguite alla scoperta e all’uso del metallo (bronzo, soprattutto), si erano evolute verso forme più complesse di organizzazione sociale, determinando anche la fioritura di una architettura originale: è il periodo che, nell’Europa occidentale e mediterranea, viene indicato con il termine di “Protostoria”.
Già in precedenza nell’Età del Rame, all’epoca della cultura di “Monte Claro” (intorno alla metà del III millennio a.C.), si avverte, soprattutto nella Sardegna settentrionale, l’esigenza di proteggere gli abitati, ubicandoli su alture scoscese, difese, nei lati più esposti, da poderose muraglie megalitiche; talvolta, oltre alle grandi muraglie, venivano realizzati dei recinti-torri di piccole dimensioni, semicircolari o quadrangolari, provvisti di ingressi, che racchiudevano degli spazi ridotti sul bordo del pianoro: quasi una sorta di ultimo baluardo di difesa. Sarà forse proprio da questo tipo di edifici che nascerà, nei secoli successivi, l’idea del “nuraghe”.

L’aspetto culturale della più antica Età del Bronzo (nella prima metà del II millennio a.C.), è caratterizzato soprattutto dallo sviluppo del megalitismo funerario. Sarà in questo periodo che, dagli antichi dolmen della fine del Neolitico, si perverrà, attraverso il dolmen “a galleria”
(o allée couverte), alla tipica sepoltura megalitica nuragica: la “tomba dei giganti”.

La prima fase, (1700-1500 a.C.), vede il formarsi dei caratteri principali di questa civiltà; fra la fine del Bronzo Antico e gli inizi del Bronzo Medio (XVIII-XV sec. a.C.) si ha l’edificazione dei primi “protonuraghi”, conosciuti anche come “nuraghi a corridoi”. Da qui in poi, sino ad arrivare alla prima Età del Ferro si assiste alla nascita e all’affermarsi della Civiltà Nuragica, che perdurerà nell’isola per più di un millennio, caratterizzando con la sua originalità anche l’aspetto geografico del territorio. Il segno più vistoso dei nuovi tempi è costituito proprio dal nuraghe, che con un numero che va oltre le 7000 unità costituisce il connotato saliente del paesaggio sardo; non mancano estesi villaggi, tombe megalitiche, templi e santuari, una significativa produzione di manufatti ceramici e litici ed una ricca metallurgia.

Le capanne più antiche (Bronzo Medio) sono circolari, monocellulari, con zoccolo in pietra e copertura conica straminea: l’interno può presentare nicchie, stipetti e il focolare. Si aggregano spontaneamente, in piccoli gruppi destinati a famiglie o a “clan”. In tempi successivi, nel Bronzo finale, comincia a manifestarsi la tendenza ad aggregare più capanne intorno ad uno spazio centrale, a formare dei nuclei che risultano veri e propri isolati (Santa Vittoria a Serri, Serra Orrios a Dorgali). In relazione ai nuraghi e ai villaggi sorgono le Tombe di Giganti, oltre 800 in tutta l’isola. All’architettura civile e funeraria si associano poi gli edifici a carattere religioso, legati al culto delle acque: i templi a pozzo e le fonti, i tempietti “a megaron”, le rotonde con bacile, isolati o inseriti in importanti santuari federali.

Alla fine del Bronzo Medio, anche la ceramica comincia ad evolversi, compare quella decorata “a pettine” che avrà maggiore diffusione in seguito: si tratta di tegami o teglie ornati nella superficie interna da motivi impressi da uno strumento dentato o più raramente da una stecca. Nell’ambito della copiosa produzione metallurgica si segnalano lingotti a forma di pelle di bue (ox-hide) e panelle o lingotti lenticolari, utensili in bronzo (pinze, molle, martelli, palette) e matrici di fusione, asce a margini rialzati, daghe a nase semplice, spade tipo “Monte Sa Idda” che richiamano forme analoghe del ripostiglio di Huelva, pugnali, calderoni. L’Isola in questo periodo, è al centro di una rete di rapporti non casuali né sporadici che coinvolgono il mondo miceneo, Lipari e la Sicilia, l’area tirrenica, Creta, Cipro e la Penisola iberica.

Alla fine dell’Età del Bronzo la Sardegna raggiunge il massimo sviluppo, ma nel contempo avviene un fatto nuovo: non si costruiscono più i nuraghi, quasi a segnare la fine della «bella età dei nuraghi» propriamente detta. Il nuraghe sopravvivrà miniaturizzato in modellini di bronzo, pietra ed argilla che come betili o ex-voto vengono deposti all’interno di edifici a carattere civile (le capanne delle riunioni) o di culto, simbolo, forse, di un passato ormai entrato nel mito.

L’Età del Ferro

Agli inizi del I Millennio anche la Sardegna sembra presentare profondi elementi di novità che investono l’architettura, la cultura materiale, l’arte, l’economia e la stessa struttura sociale. Sorge il dubbio che ci si trovi di fronte non tanto ad una fase tarda della civiltà nuragica, quanto a qualcosa di profondamente diverso. È in questa fase che la Sardegna è sempre più toccata da influenze, contatti e rapporti con popoli del Mediterraneo, fino a subirne la presenza con i Fenici e la colonizzazione con i Cartaginesi (fine del VI secolo a.C.).

I forti mutamenti sociali ed economici sembrano riflettersi nella frantumazione dell’asseto della fase precedente, nell’insorgere delle “aristocrazie”, nel formarsi di una struttura sociale più articolata. Nell’ambito dell’architettura, si assiste al cessare dell’attività di costruzione dei nuraghi, mentre quelli esistenti vengono riutilizzati, magari ristrutturati e in taluni casi parzialmente demoliti e trasformati nell’uso come luoghi di culto.

Per quanto riguarda l’architettura civile sono da rilevare modifiche di notevole interesse, sia di natura edilizia che di tipo “urbanistico”, come documentano ad esempio i villaggi di Barumini, di Serruci e Bruncu Madugui. Alle capanne di forma circolare, monocellulari, si vanno sostituendo capanne “a settori”, pluricellulari, costituite da uno spazio centrale di disimpegno, a cielo aperto, intorno al quale si dispongono più vani coperti da un grande tetto a scudo di legno e frasche. In villaggi della Sardegna centromeridionale, riferibili al IX-VIII secolo a.C., è documentato l’uso di mattoni crudi mentre a Barumini abbiamo una rete viaria, fognature e pozzetti di scolo delle acque.

Anche per quanto concerne l’architettura funeraria si conviene sulla riutilizzazione delle tombe di giganti collettive dell’Età del Bronzo, ma nel contempo si adottano nuove forme di sepoltura individuale. Sono da segnalare ad esempio le tombe di Monti Prama a Cabras: una trentina di sepoltura con pozzetto coperto da un grande lastrone di arenaria. All’interno i defunti erano deposti seduti, con sguardo ad oriente e con la testa protetta da una lastrina. In quanto ai monumenti legati al culto delle acque, templi a pozzo, fonti sacre e tempietti “a megaron” perdurano nell’uso accanto alle grotte naturali.

Legati al sacro come ex-voto, ma documenti preziosi per la conoscenza della società nuragica e prova della diffusa pratica della navigazione – attestata da almeno 145 navicelle -, i bronzi figurati costituiscono il più rilevante ed originale patrimonio d’arte della Sardegna antica.
Sono raffigurati “capitribù”, arcieri, opliti, portatori di stocco e scudo, frombolieri, sacerdoti e sacerdotesse, suonatori di flauto, oranti, pastori e contadini che offrono l’animale in olocausto o le primizie in offerta. Significative e dense di spiritualità le figure femminili sedute con bambino in braccio o a sostenere un guerriero giovinetto. Sono presenti anche figure surreali di guerrieri con occhi e bracca raddoppiati, così come gli scudi e gli stocchi. Non è soltanto il mondo degli uomini ad essere rappresentato, ma anche la fauna che popolava allora la Sardegna: buoi, tori, cervi, daini, mufloni, cinghiali, volpi, colombe sono spesso riprodotti su supporti di varia tipologia.

Nel quadro della produzione artistica della Sardegna del I Ferro, risulta straordinario il ritrovamento, a Monte Prama, di numerose statue frammentarie, a dimensione naturale ma anche più grandi, raffiguranti arcieri, guerrieri e pugilatori, ma anche modellini di nuraghi complessi. Frequenti sono pure i bronzi d’uso (asce, falci, seghe, lesine) le armi (spade, pugnali, puntali di lancia), gli oggetti di ornamento (bracciali, anelli, vaghi di collana) e d’uso personale (fibule, spilloni, rasoi, specchi in lamina), indicativi di una grande abbondanza di metallo – che attirava navigatori e commercianti da diverse parti del Mediterraneo – e di una notevole abilità tecnica capace di produrre oggetti raffinati destinati, non di rado, all’esportazione nella Penisola. La ceramica si arricchisce di nuove forme e presenta un ornato geometrico (cerchielli concentrici, ad occhio di dado, spina di pesce) che trova piena corrispondenza con analoghe decorazioni della Penisola italiana.

Fra le forme più caratteristiche di questo periodo sono i vasi piriformi finemente decorati, diffusi sopratutto nella Sardegna meridionale, e le brocche askoidi. Durante la prima Età del Ferro la Sardegna è al centro di intensi traffici commerciali che da un lato porteranno nell’isola manufatti di produzione orientale, cipriota, siro-palestinese e, sopratutto, di provenienza medio-tirrenica, dall’altro esporteranno ceramiche sarde a Mozia, a Cartagine, a Huelva, a Gadir e a El Carambol- Sevilla.

ARCHAIC SARDINIA

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