Spesso i più grandi tesori si trovano sotto gli occhi di tutti da sempre, ma nessuno (o in pochi) riescono a vederli e ad apprezzarne il valore. Sconosciuti e inesistenti praticamente per tutta la popolazione, se ne stanno fermi e muti da millenni, ad aspettare che qualcuno si accorga “veramente” della loro esistenza, restituendogli la giusta importanza che meritano. Così può capitare che, ciò che per tutti è semplicemente una pietra di notevoli dimensioni, per occhi che guardano oltre la semplice apparenza sia invece un menhir di grandissima importanza archeologica. In un paese che da sempre vive di agricoltura, le grosse pietre che occupano spazio all’interno di un terreno, disturbano. Purtroppo, quando è stato possibile, sono state rimosse dal loro sito originario, spesso diventando materiale di costruzione per chiese e case oppure ornamento di cortili privati. Solo gli esemplari più grandi, troppo difficili da spostare, sono rimasti al loro posto, continuando a essere testimoni silenziosi di infinite albe e tramonti. Eppure, nonostante alcuni di questi megaliti preistorici siano arrivati sino ai nostri giorni, pochi serramannesi sanno che esistono, pochissimi li hanno visti, quasi nessuno sa cosa siano o cosa potrebbero essere.

Francesca Murgia

Questo menhir conosciuto col nome di Sa Sennoredda (La Signorina) o Perda Fitta (Pietra Conficcata), è un monolite granitico dalla forma arrotondata di m. 1,45 di altezza e con una circonferenza alla base di m. 3,20.

Il menhir è riconducibile al Neolitico recente (Cultura di Ozieri: databile tra il 4000 e il 2480 a.C.)

Di grande rilevanza è la presenza di dodici coppelle: dieci si trovano al centro del sasso, le restanti nella faccia principale rivolta ad est. Le coppelle misurano dai 12 ai 4,5 cm di diametro e dai 5 ai 4,5 cm di profondità, l’archeologo Giovanni Lilliu le interpretò come una rappresentazione delle mammelle della Dea, in rilievo negativo (ovvero rappresentate con incavi). L’illustre studioso nel suo libro del 1963La Civiltà dei Sardi: dal neolitico all’età dei nuraghi” scriveva: 

«nella forma del masso naturale appena sbozzato si coglie una sorta di simulazione antropomorfa… il sunto del volto…» ovvero cenni di lavorazione che definiscono in modo sommario i tratti del volto, quasi a rappresentare la Dea Madre nutrice e veggente.

 

Menhir "Sa Sennoredda" foto© Bizio Demontis

Menhir "Sa Sennoredda" foto© Bizio Demontis

Un’attenta osservazione fatta con l’aiuto di una luce radente durante le ore notturne, ha permesso di osservare altre coppelle poste sui lati dell’allineamento.

La faccia principale, che presenta nella sua sommità una raffigurazione di occhi e bocca appena abbozzata, è rivolta verso est, caratteristica comune nella maggior parte dei menhir sardi ed europei, presumibilmente per motivazioni inerenti al culto.

L’orientamento verso il levare del sole non è l’unica caratteristica che accomuna il menhir Perda Fitta con altri menhir sardi: per ciò che concerne il simbolismo delle coppelle multiple si possono citare “Su furconi de Luxia Arrabiosa” di Pompu e “Genna Prunas” di Guspini; per quel che riguarda la forma indefinita del volto della Dea può essere indicato il menhir di “Corte Semmùcu” di Guspini.

La leggenda del Diavolo

Il paganesimo in Sardegna era duro a morire.

Molti predicatori del 1600 attinsero per le loro prediche non solo dal serbatoio del folclore nostrano, ma anche ai motivi fiabeschi d’oltremare. Era un modo semplicistico ma efficace per tenere desta l’attenzione di un uditorio ancora paganeggiante al quale, attraverso il racconto-fiaba, si dimostrava la falsità delle divinità pagane, già a quell’epoca declassate a diavoli. Fu quello il periodo in cui tutti i betili, i menhirs e gli altri monumenti pagani si rivestirono di nomi di santi.

Quei monumenti invece ai quali non furono affibbiati nomi di santi, divennero case di orchi o giganti, persone avare pietrificate, o costrutti maledetti dallo stesso demonio. Pensate che fino agli inizi del ‘900, gli abitanti di Serramanna erano intimoriti da Perda Fitta e se ne tenevano a distanza.

La leggenda narra che le coppelle siano state realizzate dal Diavolo, poiché si divertiva a giocare con la pietra. Alla base del menhir un tempo esistevano anche altre due pietre, che presentavano anch’esse delle coppelle, e si diceva che fossero i segni lasciati dal Diavolo quando vi si inginocchiava, mentre le altre presenti sul dorso della pietra erano i segni impressi dalle sue dita, con le quali manipolava le persone del paese. Quindi era considerato un vero e proprio giocattolo del demonio.

Un’altra versione della leggenda narrava che il diavolo un giorno avesse cercato di raggiungere il paradiso arrampicandosi sul menhir ma, non essendone degno, le sue ginocchia affondarono nella pietra lasciando incisi tanti segni.

Bibliografia: 

G.LILLIU, La Civiltà dei Sardi: dal paleolitico all’età dei nuraghi, Edizioni Il Maestrale, Nuoro 2003

S.MERELLA, I Menhir della Sardegna, Il Punto Grafico, Sassari 2009

A.ZUCCA, Serramanna: piccole note sulla storia e su alcuni monumenti del paesone, Grafiche Serci, Serramanna 2011

G.B.MELIS, Serramanna: cenni di storia sugli insediamenti e il territorio, Tipografia Atlante, Villasor 1993

P.CASTI, Serramanna insolita: fatti, curiosità e ricerche…, Comografica Roma s.r.l., Roma 2010

D.TURCHI, Leggende e Racconti Popolari della Sardegna, Newton Compton editori, Roma 2019.

Citazioni: 

Erbas e Pedras – Serramanna 

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