«principesco è il pozzo di Santa Cristina, che rappresenta il culmine dell’architettura dei templi delle acque. È così equilibrato nelle proporzioni, sofisticato nei tersi e precisi paramenti dell’interno, studiato nella composizione geometrica delle membrature, così razionale in una parola da non capacitarsi, a prima vista, che sia opera vicina all’anno 1000 a.C. e che l’abbia espressa l’arte nuragica, prima che si affermassero nell’isola prestigiose civiltà storiche»

Giovanni Lilliu

Chi ha visitato la Sardegna ed è incuriosito dal suo passato, ha con molta probabilità visitato almeno una volta il Pozzo Sacro di Santa Cristina, ubicato in territorio di Paulilatino. Come potete leggere dalla frase dell’archeologo Giovanni Lilliu riportata in epigrafe, è un monumento che lascia letteralmente senza parole. Oggigiorno è uno dei siti più visitati e sopratutto fotografati dagli appassionati, e grazie a questa moltitudine di contenuti che lo ritraggono da ogni prospettiva, la sua caratteristica architettura è conosciuta anche da chi è poco avvezzo all’archeologia sarda. In pochi però conoscono la storia della sua scoperta, e le condizioni in cui si trovava in origine.

Una storia lunga e travagliata, che ha richiesto decine di anni di studio e di lavoro, per poter arrivare alla qualità in cui si presenta oggi. 

 

Veduta aerea del Pozzo Sacro foto©Valentino Selis

Correva l’anno 1840, quando La Marmora nel suo Voyage, riferendosi al Nuraghe Funtana Padenti di Baccai (Lanusei), «costruito con blocchi non lavorati», scriveva «che così non era d’una specie di pozzetto vicino, imbutiforme, costruito con pietre vulcaniche ben lavorate collo scalpello ed unite con molta cura….». In nota, lo stesso La Marmora richiamava a confronto «un pozzo presso a poco simile presso la chiesa di Santa Cristina, non lungi da Paulilatino; era allora in parte ingombro e pieno d’acqua». Pertanto possiamo pensare che la prima notizia riguardante il Pozzo Sacro risalga proprio al 1840.

La seconda notizia risalente al 1846 ce la fornisce l’Angius nella voce “Paulilatino” per il Dizionario
del Casalis si limitava ad breve cenno: «In distanza di due grosse miglia dal paese nella linea de libeccio… è la chiesa di S.Cristina. Presso la medesima vedesi una costruzione singolare in forma d’imbuto dal cui buco si scende sopra una scala conica, formata da pietre ben lavorate, come lo è pure il muro che cinge intorno la scala e figura un imbuto rovesciato. Nessuno di quanti vi sono discesi ha finora saputo spiegare a che servisse siffatta costruzione».

Bisognerà attendere il 1857 per avere la prima vera menzione fatta da Giovanni Spano con annessa un rilievo grafico del monumento con pianta, sezione e prospetto della scala, realizzato da Vincenzo Crespi. Lo Spano, il padre riconosciuto dell’archeologia sarda, descrive così la costruzione:

«L’opera è ciclopica, costruita con grandi massi di pietra nera vulcanica tirata dalla cava in vicinanza, e senza cemento, al par dei nuraghi. Si entra per un sotterraneo la di cui volta giace a perpendicolo fatta a scaglioni, e disposti l’uno sopra l’altro in modo sporgente a guisa di merli. Quando si è dentro, dal fondo alla bocca è alto quattro metri e più. È di figura rotonda, nella base è largo, e poggiano i primi ordini dei giganteschi massi, indi vi è sovrapposto il secondo ordine in modo sporgente, sopra questo il terzo della stessa conformità, e cosi via dicendo fino al decimo strato o cinta, sempre diminuendo che sembra di formare un cono tronco, e la bocca di un pozzo ordinario; di modo che l’uomo collocato giù non potrebbe in alcun modo uscirne, perché i massi gli vengono tutti sulla testa collocati a scaglia e a perpendicolo».

 

 

Il Pozzo di Santa Cristina nel rilevamento dello Spano (1857)

Carta archeologica di Paulilatino redatta dallo Spano (1867)

Come possiamo leggere, questi dà del pozzo sacro una descrizione piuttosto confusa, lo attribuisce correttamente alle strutture nuragiche, ma non riesce ad individuare la vera funzione dello stesso, ritenendolo, per similitudine con altri ritrovamenti, un carcere. Nel 1860 il La Marmora nel suo Itinéraire in collaborazione con lo stesso Spano elogia il monumento e lo paragona «al famoso sotterraneo, detto il Tesoro di Atreo, a Micene, nella Grecia, descritto e figurato da Giacomo Stuart».  

Nel 1900, Domenico Lovisato pubblica la scoperta dei due pozzi sacri di Matzanni-Villacidro – con pianta e sezione di uno di questi – che vengono confrontati con le “favisse” del il c.d. pozzo “romano” di Golfo Aranci (Putu de Milis), scoperto nel 1889, e con quello di Santa Cristina. Per il Lovisato i pozzi di Matzanni, ove, a parte «pochi cocci grossolani dell’epoca dei nuraghi», una moneta romana, una colonnina finemente sagomata, aveva rinvenuto il noto bronzetto conosciuto come “barbetta” ed una ciotola in bronzo dorato, «niente
altro erano che magazzini generali di templi, nei quali si gettavano e quindi si accatastavano oggetti di ogni sorta e quindi di varia età, a somiglianza della favisse del Campidoglio». Pertanto, per il Lovisato i pozzi di Matzanni, e di conseguenza quelli portati a confronto, altro non erano che favisse del periodo cartaginese.

Stupisce, invece, che nei Monumenti primitivi della Sardegna – la prima sistematica ed approfondita sintesi sulle antichità della Sardegna, edita nel 1901Giovanni Pinza, archeologo di vasta preparazione paletnologica, non faccia menzione alcuna a questi monumenti.

Nel 1904, A. Mayr, suggestionato dalle stringenti analogie con le tholoi micenee, interpreta interpreta il pozzo di Santa Cristina come una vera e propria tomba a cupola.

Un’immagine fotografica del monumento, risalente agli anni 1898-99 e da ritenere, forse, le più antica, si deve al padre domenicano Peter Paul Mackey. Il pozzo era avvolto dalla vegetazione arbustiva e di esso si potevano vedere soltanto brevi tratti del vanoscala.

Una immagine del pozzo di S. Cristina alla fine dell’Ottocento in una foto di Peter Paul Mackey.

Ma sarà Antonio Taramelli, il maggiore archeologo della prima metà del ’900, a chiarire la funzione di questi pozzi che si andavano scoprendo in tutta l’isola. Gli scavi del santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri, ed in particolare l’esplorazione del tempio a pozzo, nel 1909, lo convinsero che si trattava di un edificio destinato al Culto delle Acque. Già nella memoria sul Nuraghe Lugherras di Paulilatino, del 1910, il Taramelli scriveva in nota: «Il c.d. pozzo di S. Cristina, secondo le recenti osservazioni, deve essere ritenuto un pozzo sacro, simile a
quello di S. Vittoria di Serri».
Va detto, inoltre, che alla seconda campagna di scavi di Serri aveva partecipato un giovane ispettore del Museo Pigorini di Roma, Raffaele Pettazzoni, destinato a diventare uno dei maggiori studiosi di storia delle religioni. Da quella breve esperienza di scavo, il Pettazzoni trasse stimolo per un lavoro sulle antiche credenze dei
protosardi e pubblicò un volume dal titolo Religione primitiva della Sardegna (1912). 

Tuttavia non mancarono, almeno nei primi anni, voci contrarie e anche autorevoli; la struttura isodoma del pozzo di Serri portava Ettore Pais ad ascrivere la costruzione ai tempi del dominio cartaginese (1910), mentre Giovanni Pinza, alcuni anni più tardi (1920), in aperta polemica con il Taramelli, riteneva lo stesso monumento coevo ad una primitiva chiesetta di Santa Vittoria.
Duncan Mackenzie, archeologo scozzese di buona reputazione, corredati da una buona documentazione grafica realizzata dall’Architetto Newton – sui monumenti megalitici della Sardegna, pubblicherà, nel 1913, una nuovo e più preciso rilevamento del pozzo sacro ed anche la planimetria del nuraghe e delle capanne “allungate”.

Il pozzo di Santa Cristina nel rilevamento del Newton (Mackenzie)

Occorrerà attendere il 1953 per i primi interventi di scavo e di restauro dell’edificio nuragico e delle strutture annesse, proseguiti poi negli 1967-73 e dal 1977-83 da E. Atzeni. Nuovi scavi sono stati condotti da P. Bernardini in alcuni ambienti del villaggio fra il 1989-90, ed ancora oggi sono in atto lavori di scavo, di restauro e valorizzazione dell’intero complesso archeologico.
Da allora ad oggi, il pozzo sacro di Santa Cristina sarà presente in una vasta bibliografia, sia in opere a carattere generale che specialistiche suscitando ammirazione a talora incredulità per un’opera architettonica tanto raffinata e nel contempo così antica. 

Concludiamo con Cesare Brandi, e la sua meravigliosa enfasi sul Pozzo Sacro di Santa Cristina:

 

«in questo posto tutto è incredibile, le pietre, l’eleganza di una costruzione di fronte alla quale la tomba di Atreo a Micene, certo tanto più grande, è un’opera contadina, cosicché non si può neanche pensare che i bravi nuragici si fossero fatti venire un architetto acheo».

Il pozzo di Santa Cristina foto©Fabrizio Bibi Pinna

Bibliografia: 

A.MORAVETTI, Il Santuario nuragico di Santa Cristina, Guide e Itinerari, Sardegna archeologica, Carlo Delfino editore, 2003

A.D.MARMORA, Itinerario dell’isola di Sardegna tradotto e compendiato dal can. Giovanni Spano, tipografia A. Alagna, Cagliari, 1868. Ristampa anastatica, Edizioni Trois, Cagliari, 1971

G.SPANO, Pozzo di Santa Cristina in Pauli Latino – Bullettino Archeologico Sardo. Vol. III, Cagliari, 1857

R.PETTAZZONI, La religione primitiva in Sardegna, Piacenza 1912

 

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