Sull’altura di Crostu Littu, in agro di Bortigali, in località Funtana de Reno, affiorano i resti del protonunuraghe Aidu Entos, che in sardo significa “Valico dei Venti”, un nome carico di suggestione, che rivanga memorie nebulose e dimenticate.

Suddetto monumento è un nuraghe a corridoio con un vano naviforme, che nella cartografia ottocentesca segnava il confine tra il comune di Bortigali e il territorio dell’antico comune soppresso nel 1866 di Mulargia.

Si è ipotizzato che tale confine può forse proseguire una più antica delimitazione romana, collocata esattamente sulla linea spartiacque, guardando dall’alto le vallate precipiti che arrivano fino a Bortigali ed alla valle del Tirso.

La particolarità del suddetto monumento, o meglio dire, l’unicità, sta nel fatto, che proprio sull’architrave è incisa un’iscrizione latina di epoca imperiale, ove è possibile osservare la più antica testimonianza scritta del termine “nurac“.

Sul significo generale dell’iscrizione esistono due tesi contrapposte, partiamo col citare la prima, quella del professore Attilio Mastino, il primo ad averla commentata e pubblicata.

I problemi di interpretazione sono complessi e non tutti adeguatamente risolti: ne ho potuto discutere sul posto quasi vent’anni fa con Lidio Gasperini e Geza Alfoldy, più di recente con Marc
Mayer. Scartata l’ipotesi di un epitaffio con onomastico indigeno, legato al riuso funerario in età imperiale della torre nuragica, deve considerarsi improbabile anche un riferimento alla vicina strada romana per Karales; si deve invece pensare ad un’indicazione confinaria della popolazione locale degli Ilienses, uno dei popoli
celeberrimi di Plinio, che nell’età di Augusto non
era ancora del tutto pacificato, almeno a giudizio dello storico Tito Livio: gens nec nunc quidem omni parte pacata.

Localizzazione di Molaria e Macopsisa e del nuraghe Aidu Entos

Protonuraghe "Aidu Entos" foto©Nicola Castangia

Disegno dell'Ingresso del nuraghe con l'architrave inscritto

In Sallustio e nelle fonti da lui derivate si immagina una “parentela etnica” dei Sardi lIienses con i Romani. riprendendo la leggenda delle origini troiane e del naufragio di Enea nelle acque del Mar di Sardegna, che sembra sia stato raccontato per lo prima volta negli Annales del poeta Ennio, il centurione al quale Silio Italico attribuisce l’uccisione di Hostus, il figlio di Hampsicora, avvenuta nel 215 a.C.; un analogo contributo alla “romanizzazione” ed alla “civilizzazione” degli IIienses barbari, eredi dei Sardi Pelliti coperti della caratteristica mastruca, potrebbe esser dovuto anche alle Origines di Catone, pretore in Sardegna nel 198 a.C. Utilizzando come sue fonti Ennio e Catone, Silio Italico esalta
nel corso del Bellum Sardum contemporaneo alla guerra annibalica il ribelle HampsagoraHampsicoro, princeps di un territorio che aveva come capitale la città di Cornus, oggi Santa Caterina Pittinuri: egli vantava un’origine troiana, perché originario del popolo degli IIienses.

La leggenda troiana risponde all’esigenza di favorire una assimilazione degli lIienses nella romanità e di spiegare la straordinaria civiltà nuragica alla luce di una mitica origine troiana, che imparentava i Sardi con Enea e con i Romani: essa è più recente della versione ellenistica che voleva gli IIienses imparentati invece con i Greci, perché identificati con gli lolei del mito, i figli di Eracle e delle Tespiadi giunti in Sardegna al seguito di Iolao: in questo modo i Greci si potevano appropriare delle monumentali testimonianze della civiltà nuragica, in particolare rivendicando all’eroe Dedalo la nascita dell’architettura isolana. Gli Iolaeis, gli Iolaeoi, gli Iolaioi avrebbero dato il nome di Iolao alle pianure della Sardegna e secondo Diodoro Siculo avrebbero mantenuto nei secoli la libertà promessa per sempre dall’oracolo di Apollo ad Eracle per i suoi figli che avessero raggiunto la Sardegna, dove non avrebbero dovuto subire il dominio di altri popoli. Diodoro Siculo, scrivendo nel I secolo a.C., poteva constatare che gli Iolei-IIienses avevano mantenuto fino ai suoi tempi quella libertà che era stata loro garantita dall’oracolo: «il dio aveva profetizzato che tutti quelli che avessero partecipato alla colonizzazione e i loro discendenti sarebbero stati per sempre liberi, il che si è puntualmente verificato fino ai nostri giorni. Infatti, con l’andar del tempo, essendosi frammisti nella colonia molti barbari, il popolo si imbarbarì e, trasferitosi in luoghi montani, fece dimora in luoghi inaccessibili». La feracità delle “amenissime pianure Iolee” attirò ripetuta mente la cupida attenzione di molti popoli, finché i Cartaginesi, con varie battaglie, riuscirono ad impadronirsene. Ma gli Iolei, ormai imbarbaritisi, rifugiatisi nella regione montana ed abitando in dimore sotterranee da loro costruite
ed in gallerie, si dedicarono alla pastorizia, nutrendosi di latte, di formaggio e di carne e facendo a meno del grano. Seppero dunque conservare quella libertà che, ai Tespiadi, era stata effettivamente assicurata, in eterno, da Apollo. Benché dunque i Cartaginesi e, successivamente, i Romani, muovessero in forza contro di loro, mai riuscirono a sottometterli.

Fac simile dell'iscrizione

Va esclusa ovviamente un’origine troiana per gli
IIienses, dato che si è potuto accertare una pare timologia dotta per il nome di questo popolo, da riferirsi alla fine dell’età repubblicana, comunque risalente ad epoca che precede le Storie di Sallustio: gli Ilienses sardi del resto erano noti ai Romani da almeno due secoli, fin dalla campagna di Marco Pinario Rusco nel 181 a.C., allorché si erano ribellati assieme ai Corsi; Pomponio Mela
afferma espressamente che gli Ilienses sono il popolo più antico dell’isola (in ea [Sardinia] popu/orum antiquissimi sunt IIienses) e dunque
sicuramente si tratta di una tribù locale, in qualche modo “autoctona” e barbara: è possibile che essa debba essere dunque decisamente riferita ad ambito indigeno o meglio barbaricino, in un’area caratterizzata dalla presenza dei Montes Insani, da identificarsi forse con la catena del Marghine, sulla base del passo di Floro con riferimento alla vittoria di Tiberio Sempronio Gracco:
Sardiniam Gracchus arripuif. Sed nihil illi genfium
feritas /nsanorumque – nam sic vocantur – immanifas montium profuere.

L’epigrafe incisa dall’autorità romana sull’architrave del nuraghe Aidu ‘entos di Mulargia consente lo localizzazione di questo popolo nell’area del Marghine, tra l’altopiano della Campeda ed il Tirso (per meglio dire tra Macomer e Bolotana): intanto alcuni elementi toponomastici sopravvissuti sembrerebbero riferire il dominio degli llienses fino
alle pianure alle pendici meridionali della catena del Marghine (si vedano ad esempio le località lIai a Noragugume o Iloi a Sedilo) . Questa catena montuosa, che ha separato in età moderna il Capo di Sopra (il Sassarese) dal Capo di Sotto (il Cagliaritano), prende il nome dal fatto che segna il confine (margo) tra le zone montane ad economia pastorale della Campeda e le pianure a valle delle città romane di Macopsisa e Mo/aria. L’area risulta particolarmente turbolenta già dai primi
anni dell’occupazione romana, allorché si rese
necessario provvedere a congiungere con una
strada interna il porto di Olbia con le ricche colonie fenicio-puniche della costa occidentale dell’isola, attraversando lo Campeda ed il Monte Acuto ed aggirando il Montiferru: il Marghine (e forse anche proprio ìl Montiferru, più vicino a Cornus) è con tutta probabilità da identificare con il territorio occupato dai Sardi Pelliti visitato da Hampsicora alla vigilia del definitivo scontro con Tito Manlio Torquato nel corso della guerra annibalica; del resto lo stesso Hampsicora, originario di Cornus, per Silio Italico poteva chiedere l’appoggio dei Sardi Pelliti solo perché egli stesso si riteneva di stirpe indigena e più precisamente credeva o vantavo un’origine dal popolo degli Ilienses: ortum ab Iliaca iactans ab origine nomen.
Dopo lo sconfitta dei Cartaginesi e dei Sardi loro
alleati fu promosso da parte dei Romani una
vasta operazione di sistemazione catastale delle
terre sottratte ai vinti, divenute ager pub/icus populi Romani, i fundi nell’area di Comus ma anche nel territorio dei Sardi Pelliti-llienses: conosciamo i Giddilitani, gli Uddadaddar(itani) , i
[M]uthon(enses) , i [—]rarri(tani) ed altri populi entrati in età imperiale nel latifondo della gens Numisia , popoli che per il Cherchi Paba
“rappresentarono lo più progredita e combattiva
parte delle popolazioni protosarde che tanto lottarono contro Cartagine e contro Roma per lo
loro indipendenza, di cui Amsicora fu lo sfortunato vessillifero”.
Tale ricostruzione pare fortemente raccomandata dalla localizzazione riferita da Pausania al popolo degli llienses in età storica: menzionando l’ultima migrazione di popoli mediterranei in Sardegna, il periegeta ricorda lo presenza nell’isola di profughi Troiani, una vicenda mitica nata forse alla fine dell’età repubblicana, per spiegare etimologicamente, con un accostamento alla distruzione di Ilio, il nome della popolazione indigena degli lIienses. La tempesta avrebbe allontanato da Enea un gruppo di Troiani, che sarebbero stati sbattuti dai venti sull’isola.

In Sardegna essi si unirono ai Greci che già vi si trovavano, costituendo una coalizione contro gli in digeni barbari: le due parti furono costrette a convivere pacificamente, disponendo di forze pressoché uguali; i territori dei Greci e dei Troiani
erano separati da quelli dei barbari dal corso del
fiume Torso. Molti anni questi avvenimenti, i Libii
sarebbero passati di nuovo in Sardegna con una
forte flotta ed avrebbero sconfitto i Greci, sterminandoli quasi completamente. I Troiani invece avrebbero trovato rifugio sui monti resi inaccessibili dalle valli profonde, dalle rupi e dai precipizi, dove vivevano ancora al tempo di Pausania, denominandosi “lIiesi”, simili ai Libii per le armi, ben distinti però dai seguaci di Iolao, da tempo scomparsi. Ora, il riferimento al fiume Torso appare veramente prezioso: proprio il Tirso è oggi il fiume che separa lo catena del Marghine, verso occidente, sulla quale si affaccia il nuraghe Aidu Entos e lo stesso villaggio di Mulargia, al margine della Campeda, dalle colline della Barbagia e del Nuorese, verso oriente: su queste colline erano insediate alcune popolazioni locali, tra le quali sicuramente quella dei Nurr(itani) , i cui fin(es) sono
ricordati su un cippo di confine trachitico, rinvenuto in località Porzo/u in comune di Orotelli, qualche chilometro al di là del Tirso, in piena area barbaricina.

Sembra evidente che l’iscrizione conservi il ricordo di un antico confine, collocato a quel che pare a 1100 passi (1626 metri) dal nuraghe, là dove si supera il valico sulla sommità della catena del Marghine (vicine sono le fortezze puniche di Badde ‘e Salighes e di Mularza Noa in territorio di Bolotana e ci si dirige, dall’estremo limite meridionale dell’altopiano della Campeda, verso le pianure di Abbasanta, controllate più ad occidente da Macomer, l’antica Macopsisa, dove era l’unica possibilità di transito verso Sud, nella valle che segna il confine anche tra il Marghine e la Planargia. La numerazione (MC) non sarebbe eccezionale, dato che ritorna in altre iscrizioni latine di questo genere, pure in Sardegna, collocate dai proconsoli o dai governatori equestri per limitare il nomadismo e incatenare al territorio i pastori transumanti. Questo è il caso del cippo dei Boiari, altra popolazione indigena ricordata dalle fonti letterarie come alleata degli Ilienses fin dal 178 a.C.: in questo caso possediamo l’indicazione di una distanza del finis dalla rupe naturale inscritta di DIIII passi.

In questo quadro andrà spiegata l’abbreviazione
iur, da intendersi credo iur(a), più che iur(isdictio) ,nel senso di “territorio di pertinenza degli Ilienses”.
Il locativo in nurac Sessar è prezioso perché conserva (un millennio prima dei condaghi logudoresi) la forma nurac con la gutturale sorda finale, che appare come l’originaria denominazione paleosarda del nome che designa il “nuraghe”, la costruzione megalitica originaria della Sardegna, che nel nostro caso sembra risalire all’inizio del I millennio a.C.; il toponimo Sessar è attestato nella forma Sessa ancora oggi in Sardegna, a Cuglieri, dunque nel territorio di Comus interessato dalla guerra di Hampsicora, a breve distanza da Mulargia.
Non va comunque esclusa in questa fase un’altra
possibilità, che parrebbe in parte fondata, legata
alla posizione del nuraghe in rapporto alla grande viabilità romana in zona: si è detto che la vicina Molaria era una stazione sulla strada che collegava Karales a Turris: se il numerale andasse letto milia (sottintendendo passuum) centum, non ci allontaneremmo di molto dall’effettiva collocazione
di Molaria sulla strada in questione, dal momento che il punto culminante della Campeda (circa 14 km. a N del nuraghe) ha un miliario con il numero 109 da Karales e la località Code, in comune di
Torralba, il miglio 118. Partendo da altre considerazioni, non tutte condivisibili. Emilio Belli ha recentemente ritenuto di poter fissare il miglio 99,398 da Karales per il villaggio di Molaria, che abbiamo detto si trovava a circa un km. a Nord del nuraghe Sessar; ciò anche se la somma delle distanze parziali nell’Itinerario Antoniniano (che conservano però alcuni errori) consentirebbe di collocare Molaria al miglio 115.
Il nuraghe sarebbe dunque il segnacolo scelto dai soldati romani per incatenare gli Ilienses barbaricini al territorio, nel tentativo di controllarne gli spostamenti e limitarne il brigantaggio in un momento che segna in qualche modo la fine di una resistenza durata per lunghissimi secoli sui Montes Insani della Sardegna.[1]

 

Ipotetica distribuzione geografica delle popolazioni nuragiche

Dunque, secondo il professore Attilio Mastino, il protonuraghe sarebbe stato trasformato dai Romani in una sorta di simbolo di frontiera per confinare gli Ilienses barbarcini al territorio.
Adesso, vediamo invece la seconda interpretazione che è stata data all’iscrizione incisa sul monumento. Stavolta la tesi che citiamo è stata realizzata dallo scomparso professore Massimo Pittau, primo segnalatore dell’iscrizione.

Fino ad ora lo storico Attilio Mastino e l’epigrafista Lidio Gasperini avevano ricostruito l’iscrizione in questo modo:

ILI IVR IN NVRAC SESSAR

Essi però non si sono accorti che il gruppo di lettere ILI è strettamente preceduto da alcune lettere purtroppo non chiare. Ed io le ricostruisco e leggo il primo vocabolo come GIDDILI, cioè uguale a «Giddilitani o Gitilitani», abitanti di Gitil. E dopo interpreto e traduco l’intera iscrizione in questo modo:

GIDDILI(TANI) IVR·(IS) D(OMI)N(O)NURACS·SESSAR

M·         C·

 

 

 

Disegno dell'Ingresso del nuraghe con l'architrave inscritto

Tengo molto a precisare che questa mia interpretazione e traduzione in realtà è effetto della mia compartecipazione, scritta e pure orale, col collega ed amico Attilio Mastino: prima e senza i suoi interventi anche io avrei continuato a vagolare intorno a questa che si presentava come una iscrizione grandemente misteriosa.
Prima importante considerazione: in epigrafia, relativamente ad ogni e qualsiasi lingua scritta, vale questa importante norma metodologica: «una iscrizione è “contestuale” al supporto in cui risulta iscritta, salvo prova contraria». Ciò significa ed implica che un epigrafista ha il dovere e pure l’interesse a ritenere che una iscrizione I) appartiene realmente al suo supporto, II) è stata scritta da chi ha costruito od ordinato il supporto. Su un epigrafista che in un caso specifico neghi questa “contestualità”, cade l’obbligo di dimostrare le ragioni della sua scelta contraria.
Ebbene, dato che questa iscrizione latina di Áidu Entos risulta scritta su quell’edificio civico-religioso che era il “nuraghe” e addirittura nel suo punto più importante che è il “frontone”, cioè il suo fastigium, se ne deve trarre una prima e importante conclusione: essa è fornita anche di un “carattere sacrale o religioso”, ossia deve contenere pure un riferimento a qualche divinità ivi adorata. Questa divinità, a mio avviso, è probabilmente indicata con la formula abbreviata IVR· DN, che io svolgo in IVR·(IS) D(OMI)N(O) e traduco «al Signore del diritto (Giove)».

L'iscrizione romana sull'architrave del protonuraghe Aidu Entos

Protonuraghe "Aidu Entos" foto©Nicola Castangia

Una tale interpretazione e traduzione è perfettamente congruente col carattere essenziale del nuraghe, nella sua caratteristica di “edificio multifunzionale e cerimoniale, religioso e civico” entro e attorno al quale si svolgevano, in un clima di religiosità, tutte le funzioni sociali della tribù: riti di nascita, pubertà, matrimonio, malattia, morte, pace o guerra, carestia, siccità, pestilenza degli uomini e del bestiame, sogni, in maniera particolare rito della “incubazione” e quello connesso dell’“oracolo”. Invece questo essenziale carattere anche sacrale o religioso del nuraghe è stato trascurato del tutto da A. Mastino, il quale ha finito con l’optare per la tesi che quella in esame fosse un’iscrizione confinaria, la quale avrebbe indicato il confine del territorio degli Ilienses.

Seconda considerazione: Gitil era un antico villaggio, ormai scomparso, della curatoria del Marghine, citato ampiamente nel Condaghe di Trullas, nel Condaghe di Silki e anche nella Carta di donazione di Furatu de Gitil a Montecassino del 1122 circa. Siccome i suoi abitanti, assieme con quelli di Mulargia e di Bortigali, avevano rivendicato, contro il convento di San Nicola di Trullas (Semestene), il possesso del salto di Santu Antipatre (l’odierno Santu Padre di Bortigali), c’è da supporre che il villaggio fosse a Padru Mannu (nella Campeda), dove si trova ancora qualche macina romana e si vedono i resti della strada romana che veniva da nord verso Caralis, toccando Ad Medias (Vias) (Abbasanta), Forum Traiani (Fordongianus), Othoca (Santa Giusta), Aquae Neapolitanae (Santa Maria de is Aquas di Sardara).

Però gli abitanti di Gitil, abitando in un sito molto ventoso e piuttosto freddo in inverno, usavano come zona di svernamento per le loro greggi la vallata del riu Mannu di Cuglieri, come dimostrano due cippi terminali con iscrizioni latine di epoca romana, nei quali si parla dei limiti territoriali dei Giddilitani o Ciddilitani, i quali erano evidentemente gli abitanti di Gitil.
È evidente che l’indicazione delle miglia nella nostra iscrizione fa preciso riferimento alla citata strada romana, che passava per l’appunto anche a Molaria (Mulargia), sfociando nell’Áidu Entos «valico dei venti», verso Bortigali e il meridione. Ed è molto importante precisare che pure l’indicazione delle miglia romane, 100 – come ha interpretato bene Attilio Mastino – è quasi del tutto esatta, dato che il nuraghe di Áidu Entos dista da Tibulae 98 miglia romane.

 

Però Attilio Mastino ha interpretato il gruppo di lettere ILI come abbreviazione di ILIENSES, il noto popolo sardo, perenne ribelle al dominio di Roma. Senonché, da un lato egli non ha notato che il gruppo di lettere in realtà è preceduto da alcune altre lettere ormai non chiare, dall’altro che a questa sua spiegazione si oppone il fatto che tutti gli altri storici, antichi e moderni, hanno mostrato di ritenere che gli Ilienses fossero stanziati e arroccati nelle montagne del centro dell’Isola, mentre è inverosimile ritenere che essi fossero stanziati nella zona del Marghine e della Campeda, la quale era molto trafficata e frequentata dai reparti degli eserciti romani proprio perché attraversata dalla più importante delle strade romane.
D’altra parte l’intero significato della iscrizione mostra abbastanza chiaramente che siamo di fronte a una popolazione ormai pacificamente sottomessa al dominio di Roma e pure alla nuova religione della città dominatrice.
Nel nesso della seconda riga NURACS SESSAR il primo elemento costituisce la più antica documentazione scritta del nome del nostro monumento, mentre il secondo è quasi certamente il plurale di un vocabolo, che probabilmente significava «fondatori, costruttori, possessori», vocabolo anch’esso sardiano o protosardo, che noi conosciamo come toponimo al singolare nei territori di Cuglieri e Fonni Sessa [da confrontare con gli altri toponimi sardiani Sesséi (Gairo), Sesseri (Gesico)], col probabile significato di «fondo, predio, possedimento».
Per finire c’è da segnalare e precisare che l’uso della lingua latina nell’iscrizione del nuraghe di Áidu Entos è una nuova prova – assieme con altre analoghe – che i nuraghi sono stati adoperati nelle loro funzioni civico-religiose fino ad avanzata età imperiale romana. Infatti in tutti i nuraghi fino al presente scavati e studiati dagli archeologi, sono stati trovati numerosi reperti di matrice romana e pure numerose monete perfino del tardo impero.[2]

Protonuraghe "Aidu Entos" foto©Nicola Castangia

Citazioni:

A.MASTINO, Il Nuraghe Aidu ‘entos e gli Ilienses della
Barbaria sarda. Aidu Entos, 2007, Vol. 1 (3), p. 27-32. ISSN 2037-
6103.

M.PITTAU, Iscrizione latina del nuraghe presso Áidu Entos (Mulargia), 2015.

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