Chi mai fosse riuscito ad entrare in possesso dei tre fiori che sbocciavano dalla pianta della felce maschio, non sarebbe mai stato colpito dal piombo. Questa era la credenza.

Diverse erano le credenze che imperversavano nella Sardegna del XVIII, del XIX e degli inizi del XX secolo, ed il fenomeno del banditismo sardo non ne faceva eccezione.

Alcuni banditi erano soliti indossare, come talismano, una moneta che prende il nome di moneta pontificia che si credeva avesse la virtù di preservarli dalle fucilate. Tale moneta doveva essere il primo danaro offerto durante la questua che si praticava la sera del giovedì santo.

Altri ancora custodivano “sas pungas“, una sorta di amuleto fatto con lembi di pelle cuciti insieme, in mezzo ai quali veniva inserito un foglio ove le fattucchiere scrivevano una formula magica. Quando un bandito stentava a morire perché la sua agonia era troppo lunga, gli rimuovevano di dosso “sas pungas” sicuri che fosse questo talismano a impedire alla morte di fare il suo corso.

Quella che oggi vi raccontiamo è una leggenda, un racconto tramandato oralmente ed in seguito trascritto da Gino Bottiglioni nella sua grande opera Leggende e tradizioni della Sardegna.

foto©S. R. Zedeler - Fondo Bentzon - sardegnadigitallibrary.it

C’era in Gallura un giovane bandito molto abile e astuto che i gendarmi, per quanti appostamenti avessero fatto, non erano mai riusciti a catturare. Quando il giovane venne a sapere che chi avrebbe posseduto i tre fiori della felce maschio non sarebbe mai stato colpito dalla palla di un archibugio, pensò di impossessarsene. L’impresa non era facile. I fiori sbocciavano in un luogo lontano e deserto, a mezzanotte in punto. Per riuscire a coglierli bisognava non aver paura di nulla, qualunque cosa si vedesse. Il bandito si sentiva abbastanza coraggio per affrontare l’impresa. Voleva liberare se stesso e l’umanità dalla morte col piombo. Per cogliere i fiori bisognava recarsi in una terra lontana, ove scorreva un grande fiume di cui aveva sentito parlare; là vicino sarebbero sbocciati i tre fiori. Tutto intorno era silenzio profondo, non si vedeva anima viva, non si sentiva belato di greggi ne abbaiar di cani. Era il primo giorno di Agosto e in quella notte sarebbero sbocciati i tre fiori. Sicuro di sé il giovane attese che calassero le tenebre e giungesse l’ora prestabilita. Il cielo appariva sereno e le stelle brillavano in quella grande quiete che neppure gli uccelli notturni osavano rompere col loro stridio. Quando giunse la mezzanotte il cielo si coprì, tuoni e fulmini si alternarono facendo tremare i monti circostanti, mentre la grandine sbatteva violenta contro le rocce. Il bandito si vide circondato da lingue di fuoco che lo lambivano fino alla cintola, ma vinse il timore e restò immobile ad attendere che i fiori sbocciassero. E il primo fiore sbocciò, subito illuminato dal bagliore di un lampo. Rapidamente il giovane tese la mano e lo colse, poi stette in attesa che sbocciasse il secondo. Vide venirgli incontro un branco di vacche e di tori; si dirigevano verso di lui e pareva volessero travolgerlo, ma egli non si mosse e quelli passarono oltre senza arrecargli danno. Ecco giungere un branco di cinghiali inferociti; anche questi parevano diretti verso di lui, ma egli, impavido, restò al suo posto. Allora comparve un grosso serpente che cominciò ad avvolgerlo nelle sue spire. Il serpente andava sempre più in alto stringendosi attorno al suo corpo e pareva proprio volesse stritolarlo, e già era arrivato intorno al collo del malcapitato che ormai credeva non ci fosse più scampo, quando il rettile si fermò, lo guardò fisso negli occhi poi, con un sibilo, si snodò dal suo corpo e scomparve nel fitto della foresta. In quell’istante sbocciò il secondo fiore. La gioia del bandito al vedersi in possesso dei due fiori fu grande; ormai aveva superato anche la seconda prova. Bastava attendere lo schiudersi del terzo fiore ed il mondo sarebbe stato liberato dal piombo. Dopo alcuni minuti si sentì uno scalpitio di cavalli, voci in lontananza e tintinnio di armi, ma il bandito non si mosse. I cavalli venivano sempre più avanti e le voci degli uomini armati ormai si sentivano nitide. Erano i gendarmi. Il bandito cominciò a fremere, impaziente, ma quando vide che quelli si dirigevano proprio verso di lui si sentì perduto, ebbe paura che lo catturassero e sparò contro di loro un colpo di archibugio. Subito quelli scomparvero e il giovane si avvide di essere solo nella campagna deserta; era stata una visione come le precedenti. Il terzo fiore non sbocciò perché egli si era lasciato prendere dalla paura, perciò il mondo non è stato ancora liberato dal piombo.

 

Felce - foto©Marco Secchi

Bibliografia: 

D.TURCHI, Leggende e Racconti Popolari della Sardegna, Newton Compton editori, Roma 2019.

G.BOTTIGLIONI, Leggende e tradizioni della Sardegna, a cura di Giovanni Lupinu, Ilisso Edizioni, Nuoro 2003.

 

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