La Sardegna narra, attraverso le sue leggende, un mondo arcaico e suggestivo di complicate e affascinanti contaminazioni storico-culturali. Nei racconti popolari si incontrano demoni, tracce di miti, brandelli di un’antica religione, residui di riti iniziatici del mondo agro-pastorale e personaggi leggendari. Molte tracce di queste antiche realtà sono andate perdute o dimenticate, altre sono state sovrapposte, trasformate o demonizzate, come nel caso de Sa Gioviana

Gioviana, o Giojana è un essere sovrannaturale di sesso femminile.
Il termine sembrerebbe essere riconducibile al quarto giorno della settimana, Giovedì, che in sardo si pronuncia “Gioja” o “Giobia”. Anche se è bene non trascurare la forte assonanza con in nomi Jana e Diana. 

La tessitrice, dipinto ad olio, Forghieri Giovanni 1898/ 1944

Si tratta di una figura che nel tempo ha subito una demonizzazione, ma in origine doveva trattarsi più di uno spirito, o di un’entità sovrannaturale protettrice, forse addirittura di una vera e propria divinità.
Ad oggi, questa figura è stata quasi completamente dimenticata dalla memoria popolare.
Calvia la descrive come una sorta di genio tutelare delle tessitrici. Queste, in cambio della sua benemerenza, la onoravano con doni in chicchi di grano e orzo.
È plausibile che la tradizione si riferisca ad un rituale molto più arcaico, realmente esistito, nel quale attraverso una sciamana si entrava in contatto con uno spirito, che avrebbe dispensato aiuto alle filatrici nel loro lavoro di tessitura, e i chicchi di orzo e di grano potrebbero trattarsi del rispettivo compenso a favore della sciamana, per ricambiare la sua mediazione con lo spirito tutelare.

Chicchi d'orzo

Una povera vedova si era trattenuta a filare la notte del giovedì e la Gioviana le comparve innanzi all’improvviso offrendosi di aiutarla nel suo lavoro. Ben presto fu filata una grande quantità di lino e la Gioviana consigliò alla donna di bollire le matasse in modo da sbrigare con rapidità tutto il lavoro. La donna, molto povera, non possedeva una grossa caldaia, pertanto la Gioviana le consigliò di chiederle in prestito alla comare sua vicina, mentre lei andava ad attingere l’acqua dal pozzo. La comare comprese con chi la vedova aveva a che fare e le mise addosso una tale paura che la poveretta, subito corsa alla propria casa, serrò l’uscio e pose presso la soglia alcuni chicchi d’orzo e dei ceci che avrebbero dovuto rispondere in sua vece alla Gioviana. Quando questa tornò con l’acqua, bussò alla porta e furono i chicchi a risponderle. Nel frattempo giunse la mezzanotte e la Gioviana, non potendosi attardare oltre, si ritirò dicendo:

“Pius as ischidu tue chi non deo” (Sei stata più accorta di me).[1]  

Tessitura

Con la  sovrapposizione di una nuova religione, Gioviana, da tutrice, si trasforma in spauracchio. La tradizione vuole che si presenti ogni giovedì notte alla porta di chi si attarda a filare. Viene raffigurata come una vecchia dalle dimensioni gigantesche con in mano delle pesanti catene che usa agitare di fronte alle abitazioni di chi si attarda a filare.
I chicchi d’orzo e di grano, che prima servivano come pagamento per i suoi favori, ora si trasformano in un incantesimo di allontanamento. Basterà lasciare i semi sull’uscio della porta per scacciarla via.

La Gioviana nel resto d’Italia

Le tracce di questa curiosa figura non si sono conservate soltanto in Sardegna, anzi mentre nell’isola, di quest’ultima si è persa quasi completamente la memoria, nell’Italia settentrionale, in particolare in Piemonte e in Lombardia, risulta protagonista di una festa molto popolare. L’ultimo giovedì del mese di Gennaio vengono accesi dei grandi roghi nelle piazze e bruciata la Giubiana, un grande fantoccio di paglia vestito di stracci. Il rogo assume valori diversi a seconda della località in cui ci si trova, mantenendo sempre uno stretto legame con le tradizioni popolari del luogo.

La tradizione della Giubiana ha un’origine molto antica. Fin dalle epoche più remote, nel mondo agricolo, l’anno era scandito da ricorrenze periodiche, che accompagnavano i ritmi delle stagioni e che in qualche modo permettevano di sentirsi partecipi dei cicli della natura. Attraverso feste e ricorrenze, erano quindi rivissuti simbolicamente i cicli della natura, in particolare il passaggio tra le stagioni morte e quelle del risveglio primaverile. Nel periodo più freddo dell’anno, a fine gennaio, era usanza bruciare simbolicamente il vecchio anno, per augurarsi che l’anno nuovo fosse più propizio e ricco di nuovi raccolti e di molti frutti. I gesti simbolici sono così importanti per comunicare un messaggio che la religione cristiana, nella sua liturgia ha integrato molti elementi pagani.

Il nome stesso della festa, Giubiana, del resto sembra fare riferimento ad antichissimi rituali propiziatori, molto più antichi del diffondersi del cristianesimo. Il nome Giubiana sembra infatti collegato al dio romano Giove. Con l’annuncio della religione cristiana, i riferimenti agli dei pagani sono stati messi in disparte, ma il nome originale di Giubiana si è conservato nel tempo. Nei secoli medievali la narrazione popolare ha creato svariate leggende e numerosissimi racconti popolari. Nelle narrazioni popolari, Giubiana è così diventata una figura femminile, a volte una vecchina, altre volte una strega, da scacciare simbolicamente insieme ai rigori dell’inverno. L’elemento più caratterizzante della festa è rimasto il grande falò, che ancor oggi è percepito da tutti come un simbolo di rinnovamento e di ripartenza del nuovo anno.[2] 

Rogo della Gioeubia della Valle Olona

Bibliografia: 

G.CALVIA, Esseri meravigliosi e fantastici nelle credenze sarde, in Archivio per lo Studio delle Tradizioni Popolari, vol.XXI, Palermo 1902.

D.TURCHI, Lo Sciamanesimo in Sardegna, Credenze, Rituali, Pratiche e Aneddoti alla Scoperta di un’isola piena di Mistero, Newton Compton editori, Roma 2019.

D.TURCHI, Leggende e Racconti Popolari della Sardegna, Newton Compton editori, Roma 2019.

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